È da tempo che ne sentiamo parlare per curiosità o per lavoro e molti di noi hanno cercato di comprendere e poi spiegare cosa si nasconde dietro a questa parola inglese composta.

La blockchain nasce negli anni ’90 anche se è del 2008 il famoso trattato di Satoshi Nakamoto che ne descriveva le caratteristiche. Secondo i dati diffusi a marzo dall’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, nonostante il crollo delle criptovalute in termini di capitalizzazione nel 2018 la Blockchain continua a suscitare grande interesse da parte delle imprese. Sono 579 i progetti di Blockchain nel mondo di aziende e governi nel triennio 2016-2018, di cui 328 solo negli ultimi dodici mesi (+76% rispetto al 2017).

Le aziende più attive nell’ultimo triennio sono gli attori finanziari (48% dei progetti), le pubbliche amministrazioni (10%) e gli operatori logistici (8%), mentre i principali processi di applicazione sono la gestione dei pagamenti (24%), la gestione documentale (24%) e la tracciabilità di filiera (22%).

L’Italia è il terzo paese europeo per numero di progetti (19 hanno avuto visibilità mediatica, mentre se guardiamo anche alla formazione e alla consulenza superano i 150 totali), ma il mercato è ancora agli albori. 

Le principali barriere all’adozione della tecnologia Blockchain sono la mancanza di competenze, la difficoltà nel valutare i benefici attesi e la scarsità delle risorse a disposizione. Oltre un’impresa su tre non ha nessuna figura in organico impegnata sul tema (36%), il 17% ha più persone ma non in modalità strutturata, il 39% delle aziende ha affidato il compito al team innovazione e solo l’8% ha un delle figure dedicate.

La “catena dei blocchi” ha un nome molto “fisico” che richiama grossi anelli in metallo arrugginiti e new jersey in cemento, mentre nella realtà è totalmente immateriale e puramente digitale. Cos’è allora la “Blockchain”? Proviamo a spiegarlo tecnicamente.

E’ un registro, virtuale, dove vengono registrate in ordine cronologico e in modo inalterabile, informazioni. Queste sono condivise in tempo reale tra innumerevoli nodi di una rete digitale, virtuale e impalpabile. Le informazioni vengono codificate in modo univoco e possono riferirsi a transazioni di qualsiasi tipo, anche se le più conosciute (la blockchain parte di lì) sono quelle finanziarie. Ogni nodo si fa carico di verificare e validare la transizione dando così vita a un sistema estremamente sicuro che non permette l’alterazione o la modifica di quanto registrato e garantisce la veridicità delle informazioni scambiate.

Se -come dicevamo- la blockchain è diventata famosa per le criptovalute, oggi l’uso che se ne può fare è molto più ampio e incredibilmente vario. Vi sono blockchain che raccolgono dati e transazioni relative al ciclo di vita di un capo di moda o di un prodotto alimentare. In un’epoca di “fake news” e prodotti “taroccati” la blockchain è garanzia di verità. Se tutti i fatti fossero registrati in tempo reale in una blockchain, non esisterebbe più la possibilità di raccontare una storia falsa o di vendere una “vera” borsa Luis Vuitton …”finta”. Ma non solo, la blockchain permette anche di risparmiare perché rende inutili alcuni costosi intermediari che si fanno carico della conservazione o della garanzia dell’autenticità di un prodotto o di un atto o di un evento in generale.

Insomma la blockchain sembra promettere di scardinare davvero il nostro modo di vivere e condividere. C’è chi ha paragonato l’effetto della blockchain sulla creazione di fiducia, a quanto il web ha saputo fare nella comunicazione. E sono ormai numerosi gli esempi di uso di questa tecnologia dall’utilizzo nella gestione dei voti di un’elezione politica in Sierra Leone, al combattere la contraffazione o ancora, per esaltare le virtù uniche di un prodotto e comunicare gli impegni e i valori delle aziende che concorrono alla sua creazione.

Esistono blockchain che raccontano la storia di una bottiglia di vino e che permettono di conoscere il nome dell’allevatore di un pollo e le la sostenibilità dei tessuti che compongono una t-shirt. Non abbiamo più scuse, se vogliamo essere dei consumatori informati e coscienti dell’impatto delle nostre scelte ci basta scannerizzare un QR code o un’etichetta intelligente. La tecnologia blockchain è utilizzata anche per dare un valore a ciò che non è facilmente quantificabile nel mondo fisico. Immaginate di guidare un’auto elettrica capace di condividere nella blockchain quanta CO2 avete evitato di immettere in atmosfera durante i vostri viaggi. Questo comportamento virtuoso viene trasformato in un valore, token, spendibile per l’acquisto di prodotti o servizi presso siti o negozi partecipanti alla stessa blockchain che condividono la stessa scelta. Sembra una bella idea, no? E il bello è che è già realtà nelle auto del produttore cinese BYD. Significa premiare le persone per delle scelte coerenti con i valori condivisi dai vari attori della blockchain e creare così un mercato parallelo di scambio di valore e incentivazione ai comportamenti virtuosi.

La tecnologia blockchain è oggi argomento di dibattito in molti paesi, dato che anche in ambito pubblico le applicazioni possono essere molte. Per cercare di dare una governance e supportare un dialogo tra i diversi attori della blockchain, a livello Europeo è stata da poco istituita INATBA(International Association of Trusted Blockchain Applications), associazioneche riunisce imprese, start-up e PMI, responsabili politici, organizzazioni internazionali, autorità di regolamentazione, società civile e organismi di normazione allo scopo di sostenere l’integrazione e lo sviluppo della blockchain nei più diversi settori.

E cosa ci aspetta nel futuro? Le applicazioni di questa tecnologia sono in continua esplorazione; potrà essere utilizzata per confermare la salute e il benessere degli animali o delle piante di cui ci nutriamo e per raccogliere i nostri dati sanitari in modo sicuro, dati che potrebbero dare utili informazioni per combattere malattie come il cancro; o, ancora, consentire agli artisti di proteggere i diritti di autore sulle loro opere, o ai creativi di non vedersi sottrarre le idee di progetto per un evento o una pubblicità (tema molto sentito dalle agenzie di comunicazione).

Camilla Campora