E chi siamo noi per giudicare la saggezza di Conte? Un professore universitario assunto nell’Olimpo della politica internazionale come uno statista di rango? Come se un piccolo allenatore di una squadra di prima divisione venisse catapultato improvvisamente a guidare la nazionale verso i mondiali. Sicuramente vuol dire che ha dei meriti e ha dimostrato la capacità per arrivare fin lì. Anche se i dubbi restano. 

Intanto la prima mossa, con la comunicazione della lista dei nuovi ministri, invece di scioglierli, i dubbi li fa aumentare. Almeno per quello che riguarda il nostro ambito: il turismo, gli eventi, i viaggi.

Nel nuovo governo il Turismo infatti sparisce e torna ad essere una delega dei Beni Culturali riassegnati al PD Franceschini. “A capo del “più importante ministero economico del nostro Paese” (definizione data dallo stesso Franceschini in tempi non sospetti) Conte ha ri-messo uno che nella scorsa gestione alcuni dicono abbia fatto più danni di Attila sceso in Italia, il barbaro famoso per non far crescere più l’erba. Memori delle sue precedenti esperienze, gli hanno tolto l’Agricoltura altrimenti correvamo il rischio di non raccogliere più neppure i pomodori oltre a non promuovere il territorio. 

Apparentemente tutto normale. La squadra si rinnova e i nomi nuovi lavoreranno per il bene del “bel paese”. Che potrebbe vivere di solo turismo. 

E invece no. L’ex ministro Centinaio, uno che nel suo cv invece il turismo ce l’ha da sempre e non solo nel sangue, aveva cominciato una operazione di riforme, di svecchiamento, di sburocratizzazione. Stava costruendo sulla promozione del territorio con una Enit di cui aveva rinnovato l’assetto, investiva sulla difesa dei prodotti agricoli e territoriali del Made in Italy. Con la nuova ri-nomina di Franceschini, adesso è tutto da rifare. L’arrivo del ministro scrittore (i suoi libri parlano tutti di turismo e promozione del territorio … o forse no?) rimette tutto in discussione.

Centinaio, nella linea di continuità con quanto stava facendo, avrebbe preso in mano il problema della tax credit; avrebbe continuato a lavorare nell’ottica di una razionalizzazione e professionalizzazione delle agenzie di viaggio. Perché era uno che da quel mondo ci arrivava, era un manager del turismo. Qualcosa forse, poteva capirne più di uno che ha al suo attivo pubblicazioni onorevoli (e non solo in Italia visto che la casa editrice francese Gallimard li ha tradotti e pubblicati tutti) come -solo per citarne uno- “Daccapo”, romanzo che ha come protagonista il figlio di un notaio di provincia che ha avuto 52 figli segreti da altrettante prostitute. Credo che Centinaio ne capisse appena un po’ di più di chi nel turismo nel suo cv può scrivere solo di essere stato presidente dell’ente Palio di Ferrara ed prima ancora uno sbandieratore della Contrada di Santa Maria in Vado.

Il primo problema del nuovo ministero, con la nomina e lo scorporo, sarà che nel turismo si fermerà tutto. E’ un dato di fatto. Il trasferimento della delega infatti seguirà un iter burocratico che rischia di bloccare ogni passaggio e portare via più di un anno di lavoro. Centinaio lavorava con l’obiettivo di creare valore per il paese unendo il binomio agricoltura e turismo, mirando a valorizzare i due punti cardine del Made in Italy, il cibo e le bellezze artistiche e naturali. “Perché -aveva detto- l’Italia è un Paese unico, capace di abbinare il suo patrimonio di biodiversità con quello enogastronomico”. Perché l‘Italia è invidiata nel mondo per le nostre bellezze naturali, paesaggistiche, enogastronomiche. Franceschini, possiamo ipotizzare, ha competenze per valorizzare il Premio Strega di cui è giurato, ma oggi, in attesa dei programmi del neo ministro, temiamo un po’ di più per la difesa del Parmigiano, dell’Amarone e del Brunello, della burrata.

Il tempo è un galantuomo, si dice. Se Conte avrà visto giusto, lo scopriremo presto, felici di essere smentiti. Magari, per tornare al paragone calcistico, ha il “culo” di Arrigo Sacchi e ci ha azzeccato. Vedremo. Per ora i dubbi restano, come resta uno scetticismo di fondo in attesa di illuminazioni. 

Fabrizio Mezzo