Alitalia nazionalizzata con i soldi del Coronavirus.

Una vergogna. Il nostro Winston Conte, senza troppo clamore e con assoluta indifferenza, mentre fa l’elemosina a società e partite Iva cui concede benignamente (art. 57) di differire i versamenti previdenziali ed assistenziali di ben 4 giorni dal 16 al 20 marzo oppure di pagare l’Iva in unica soluzione tra un mese o in 5 rate con gli interessi (con quali soldi non si capisce visto che tra un mese la situazione non sarà magicamente tornata a due mesi fa), ha nazionalizzato Alitalia. 

All’articolo 76 del decreto si legge infatti: “si autorizza, la costituzione di una nuova società interamente controllata dal Ministero dell’economia e delle Finanze ovvero controllata da una società a prevalente partecipazione pubblica anche indiretta”. Bravo. Complimenti. In un momento in cui il turismo va a rotoli nell’assoluto silenzio del suo ministro Franceschini che, in ottemperanza al decreto, probabilmente è a casa a leggere i libri del premio letterario da presiedere appena finita l’emergenza, il governo non trova di meglio da fare che nazionalizzare un carrozzone nel quale tutti gli italiani, con le loro tasse di qualsiasi tipo, hanno già travasato parte dei loro beni e della loro ricchezza ogni mese, ad ogni salario o fattura. Un’azienda che, se fosse privata, sarebbe fallita da tempo.

E’ un Consiglio dei Ministri presieduto dal Conte… Ugolino. Diciamolo chiaramente. Altro che “avvocato del popolo”. È uno che il popolo se lo mangia per sopravvivere. A Ugolino della Gherardesca dovrebbe paragonarsi, non a Churchill. Perché Conte non è Winston Churchill. Uno dovrebbe scegliere con cura chi sceglie come modello di confronto. È come se il ragazzino all’oratorio dicesse che gioca come Ronaldo. Suvvia! Di Ronaldo e di Churchill ne nascono uno per secolo, forse. E il loro valore non se lo dicono da soli; il valore è qualcosa che si apprezza dall’operato, dalla statura morale, dal fascino emanato in uno sguardo o in una dichiarazione che non ammette repliche per la lapidarietà evidente dell’affermazione stessa. Ora, con tutto il rispetto, il nostro primo ministro appare leggermente carente anche solo nell’arte di parlare in pubblico. I paragoni autocuciti con un fine oratore come Churchill dovrebbe evitarseli almeno per amor proprio. E dovrebbe ricordare che una delle frasi migliori sulla politica di Churchill recita: “Il politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni.” 

Ma torniamo al Decreto Cura Alitalia, ops, Cura Italia. Siamo in un periodo drammatico. Fermi i voli, chiusi gli hotel, annullate le prenotazioni, rimandati congressi e fiere, disdetti gli eventi, spente le luci dei concerti, sbarrati i teatri. Non si può neppure dire “artisti a spasso o in strada” perché un altro decreto vieta di uscire di casa… ma ci sono migliaia di attori, cantanti, professionisti minori (non quelli degli appelli in TV) e semisconosciuti, partite Iva dello spettacolo, tecnici luci, tecnici del suono, riggers, facchini, autisti dei TIR, catering, registi, creatori di presentazioni in powerpoint o in Pandora, animatori, responsabili di ricevimento, banconisti, camerieri e tutto il resto del mondo legato al turismo e agli eventi fermi, o bloccati per decreto; per combattere, giustamente, il virus. E in un momento di tanta tragedia, il nostro Conte si rivela al tempo stesso vassallo e satrapo. Vassallo di un’Europa che non lo stima ma lo considera un paria utile a gestire la provincia e, al tempo stesso, comandante amorale della provincia dove gestisce i suoi interessi. E in questo duplice ruolo, vara (pochi minuti prima della chiusura delle banche e dopo aver tenuto in sospeso aziende e liberi professionisti per giorni) un decreto legge nel quale fondamentalmente fa gli interessi di tutti tranne che dei cittadini che deve difendere. 

E infatti, mentre il suo portavoce Casalino cerca di manipolare gli italiani facendo uscire comunicati stampa e interviste al premier dove ne emergano le capacità di statista (al Grande Fratello manipolava i concorrenti e adesso forse pensa di poter fare lo stesso con gli italiani; ricordiamoci che per sua stessa ammissione a Vanity Fair disse “Se mento a qualcuno, non ho problemi. Ho scoperto di avere un lato cattivo, di essere un falso, un manipolatore. Ho gestito tutte le nomination. Spiegavo agli altri concorrenti come votare e loro eseguivano”), il Primo Ministro vara un provvedimento nel quale, in silenzio, nazionalizza Alitalia e si disinteressa di tutto il resto, incluso il comparto Turismo, Congressi ed Eventi. Nel silenzio generale.

E invece occorre gridare a tutti che questo Decreto è profondamente ingiusto. Che 600 euro dati ai lavoratori stagionali del comparto turismo che hanno perso il lavoro, oppure ai lavoratori dello spettacolo, sono nulla. Che invece di pensare a salvare l’Alitalia che ha già dragato quasi 12 miliardi di euro agli italiani, forse occorreva prima pensare a salvare il comparto del turismo, il comparto degli eventi e delle agenzie di comunicazione che, da sole, riempiono il 40% delle camere alberghiere, danno lavoro a circa 500.000 persone della filiera per un impatto economico di 10 miliardi all’anno.  

Non serve andare oltre. Dobbiamo sperare che le misure restrittive facciano effetto, in fretta. Che il virus venga debellato presto. Affinché le aziende e gli imprenditori, piccoli o grandi e non solo del turismo e degli eventi, possano tornare al più presto operative e operativi in tutto il mondo. Perché l’Italia, che lavora davvero e non aspetta sovvenzioni nascoste all’articolo 76 di un decreto di più di 100 pagine, si risollevi. Da sola. Se aspetta infatti di essere aiutata, spreca energie che andranno invece reinvestite in qualcosa di più utile: rimboccarsi le maniche e ripartire.