#Bauliinpiazza. Il mondo degli eventi protesta a Milano.

Tutti in piazza ad applaudire e protestare in silenzio, senza urlare una rabbia che sarebbe lecita e comprensibile. Invece no; hanno scelto di andare in piazza portando il simbolo della loro vita: le “flightcase” i grossi bauli (generalmente neri o rossi) in cui si mettono gli attrezzi di scena. Le luci, i mixer, gli schermi, i cavi, i microfoni. Hanno scelto di aprirle e mostrarle vuote come sono da mesi, come è vuota da mesi la loro vita, come è precaria, e come sia diventata un grosso problema. E hanno scelto di protestare facendo sentire un unico suono che da mesi non si ascolta più: l’applauso. Quell’applauso che riecheggiava e scaldava teatri, concerti, sedi di evento. Quell’applauso che ieri hanno fatto ascoltare per 15 lunghissimi minuti, battendo le mani, battendo con le mani sulle casse usate come tamburi. In 1300, hanno portato in piazza del Duomo completamente a loro spese 500 bauli, riempiendo una piazza che dal tempo del Covid si è svuotata anche di turisti ed è diventata terreno di caccia per le multe della polizia municipale in cerca dei trasgressori senza mascherina. 500 bauli a simboleggiare gli oltre 500.000 (570.000 circa stando alle stime ufficiali) lavoratori del settore abbandonati dallo stato al loro destino. 500.000 persone che sono il 15% del PIL nazionale dell’Italia, un’industria vera e solida di cui nessuno si interessa perché meno tutelata di altre categorie.

Bauli in Piazza è stata ieri non solo un’installazione collettiva, un flash mob pacifico per richiamare attenzione sul settore che sta subendo più di tutti gli altri insieme al turismo, la crisi derivata dalla pandemia. Sono arrivati organizzati. Tutti regolarmente con le mascherine addosso, con le loro T-shirts che le crew indossano in ogni allestimento, con i caschetti di protezioni, gli zaini in spalla, i guanti da lavoro, le radio delle regie e i nastri adesivi immancabili. E soprattutto con i bauli. Tutto rigorosamente marchiato con l’hashtag “noi facciamo eventi”, dietro all’unico striscione “Un unico settore, un unico futuro” rosso, come l’allarme che vogliono lanciare perché se continuano le misure restrittive imposte, queste persone sono simbolicamente destinate ad una morte certa. Ieri erano in piazza per chiedere di scrivere insieme al governo regole che, nel rispetto della prevenzione sanitaria, consentano la sostenibilità economica dell’industria dello spettacolo e degli eventi. Una richiesta finora ignorata dal governo, mentre servono regole certe e precise, ma soprattutto rapide, perché il settore altrimenti non si riprenderà più e 600.000 famiglie italiane non avranno più di che vivere. E sono 600.000 famiglie che fino a pochi mesi fa vivevano di un lavoro che portava gioia, emozione, show a milioni di altre persone.

L’organizzazione dell’evento Bauli in piazza è stata curata dall’associazione culturale senza scopo di lucro Bip, di cui fa parte Fabio Pazzini, event manager e direttore di produzione: “come molti colleghi -racconta all’ANSA- sono fermo da febbraio, c’è qualcuno che lavoricchia, ma sono cose molto piccole perché in questo momento non c’è sostenibilità economica, tutti gli eventi estivi sono stati finanziati da enti pubblici, noi abbiamo riunito in piazza tutti i lavoratori e le rappresentanze delle imprese che lavorano nel settore, dai promoter di eventi e concerti ai service audio-luci perché è importante dimostrare alla politica che esiste un settore unito che chiede con un’unica voce una sola cosa: poter ripartire e guadagnarci da soli il pane quotidiano”.

Pazzini, così come Saturnino -il bassista di Jovanotti ieri anch’esso in piazza a protestare- chiede la revisione delle regole in essere. “C’è bisogno-dice- di un regolamento chiaro, uniforme, unico a livello nazionale. Regole valide uguali in ogni regione e in ogni situazione per non lasciare all’arbitrio degli enti locali la possibilità di decidere in modo più o meno soft o lasco. E poi – continua nelle sue dichiarazioni rilanciate dall’ANSA- vanno riviste le norme affinché ci permettano di rendere gli eventi redditizi, perché un teatro da 2500 posti che ne accoglie 200 com’è adesso è un non sense normativo. Non vogliamo -conclude- essere confusi con i negazionisti, ma vogliamo che questo problema sia affrontato nel contesto di oggi”.

In piazza c’erano tutti in rappresentanza di ogni categoria: artisti, datori luce, registi, producer, organizzatori di eventi, facchini, autisti. Il mondo degli eventi oggi non è un ammasso casuale di persone. È un universo professionale di altissimo livello, con specializzazioni che richiedono anni di studio e apprendistato sul campo. Quello italiano è una delle eccellenze a livello mondiale. Speriamo che il governo decida di considerarlo in modo intelligente e non alla stregua delle feste tra amici cui invece lo sta equiparando, senza capire di cosa si parla.