CARCERATI. SENZA PROCESSO E SENZA COLPA. IN UN TALK SHOW.

Ora, premettiamo che le misure cautelative non sono in discussione. Smarchiamo il punto, non si contestano e sono necessarie. Premettiamo che dobbiamo stare tutti in casa, però, perché questo governo di incapaci non ha saputo prima, nonostante tutti i preavvisi, tutte le esperienze dall’estero, tutti i drammi vissuti in Cina e visibili sotto gli occhi di tutti, fare nulla per prevenire: fare scorta di mascherine; prepararsi all’emergenza; creare nuovi posti negli ospedali. E andando ancora più indietro, non ha fatto nulla quando ha bloccato la sanità, i concorsi, impedito assunzioni lasciando andare all’estero i nostri migliori ricercatori e tutto il resto di nefandezze gestionali dovute a incapacità di gestire la cosa pubblica. E non parlo solo di questo governo, ma anche di quelli che lo hanno preceduto. La colpa è di tutti. Di tutti i politici che si sono succeduti nel corso di questi anni e non hanno saputo gestire. E adesso siamo in emergenza. Siamo in un dramma che potevamo facilmente evitare.

E siamo al peggio. Siamo in una situazione in cui il governo del Grande Fratello (in ogni accezione: dal suo portavoce più famoso per stare in mutande a dire stupidaggini e tentare di trombarsi la bella di turno a quello dei controlli sui cellulari e sugli spostamenti) non sa più che pesci prendere. Quello che si crede il nuovo statista delle soluzioni rabberciate, quello che fa i proclami a metà, quello che di notte convoca le conferenze stampa senza giornalisti, così sentono in pochi ancora alzati il suo balbettare dialettico, ne dice una e ne nega due. E lo fa su Facebook, non sulle reti di stato, non in un messaggio annunciato alla nazione, non in un momento in cui tutti lo possono sentire; lo fa in tarda serata, su un social, privato, sulla sua pagina personale quasi che lo raccontasse ai suoi amici; e racconta un’altra volta cosa si è inventato con il suo bigoncio di accoliti per contrastare un virus che miete vittime più di una mietitrebbia in pianura a giugno. E lo fa senza ritegno o vergogna. Lo fa con quel tono stentoreo da chi non sa cosa dice ma lo dice sperando che abbia effetto. E intanto dice cose gravissime. Dice che chiude ancora di più; che vieta ancora di più le libertà personali; che blocca ancora di più l’economia e la vita dei cittadini che -costituzionalmente- sarebbe chiamato a difendere ma che, con il suo operato, non ha saputo fare. La diretta Facebook, per favore non chiamatela conferenza stampa, è drammatica non per i toni, non per le decisioni, ma per il metodo usato. Non si è mai visto un premier che comunica al paese in via privata. Quella di ieri infatti, non è stata una comunicazione al paese.

Ma lui crede davvero di essere il capo supremo, quello che “nell’ora più buia” (citazioni sue) ci deve guidare fuori dal tunnel? Ma cosa vuole guidare? Lui che ha l’autista, lui che ha chi gli fa la spesa, lui che non ha fatto una coda neppure per entrare a teatro o a una partita, lui che vive con i soldi di quelli che muoiono per colpa sua, per incapacità sua a gestire, per incompetenza nel dirigere una macchina dell’emergenza e una politica. Lui che è un rappresentante non eletto (e quindi non rappresenta che sé stesso) che ha la fortuna di stare in un limbo protetto a far telefonate per prendere ordini da chi lo ha messo in quella posizione: lui che è a metà tra la marionetta agitata da Mangiafuoco e uno dei runner di Glovo che corrono a consegnare l’ordine ricevuto. Ma per piacere! Faccia un bagno di umiltà e si renda conto di essere solo una delle peggiori riserve di una squadra e di essersi trovato in campo perché gli altri erano infortunati. Si faccia aiutare da qualcuno che capisce lo stato, che ne ha rispetto delle istituzioni e della comunicazione; che non si impone con misure da uomo solo al comando volte a celare la propria incapacità e il proprio fallimento. 

Se ha un minimo di lucidità ancora presente in lui, ci dica dove vuole portarci e con quali mezzi. La smetta di fare decreti a metà, abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di raccontarci cosa intende fare. Siamo stanchi di mezze misure. Siamo stanchi di mezze verità. Siamo stanchi di un decreto che finisce con la frase “in attesa del prossimo decreto dove vi chiariremo quali altre misure verranno prese”. Lo sappiamo che essendo telegestito da Casalino pensa di essere in un collegamento dalla Casa e deve alimentare la suspance. Ma non è così. Il parlamento è si una casa, ma è la casa degli italiani. E oggi non è giorno di nomination, ma di certezze. Oggi in quella casa dovrebbero esserci chiusi tutti e dico tutti, i parlamentari eletti. Senza uscire mai. Come i medici in prima linea negli ospedali. Dovrebbero essere lì a fare il dovere per cui sono opulentemente pagati, a discutere, a scannarsi dibattendo le idee migliori, a cercare una soluzione, a dare vita ad un dibattito che blocchi questo reality pietoso. Non a lasciar decidere uno solo. Anche nei reality peggiori, le decisioni le prendono tutti, insieme, su votazione. Una cosa che nel nostro Parlamento non succede da troppo tempo in questa emergenza.

E allora va benissimo. Tutti in casa. Non si discute su questo. La sua recita di scarsa qualità da personaggio di un reality politico che nessuno ha voluto, prevede adesso che siamo tutti reclusi, senza aver commesso il fatto. Che siamo tutti colpevoli e quindi agli arresti domiciliari e si spera con internet funzionante visto che stanno limitando la banda (mai caduta in questi giorni) “per misure preventive di contenimento del consumo” (versione ufficiale); o per evitare proteste in rete o contestazioni al regime (versione purtroppo più probabile). Va benissimo. Staremo a casa per guarire tutti e prima. Per combattere una epidemia che si poteva limitare con i tamponi per tutti, con ospedali funzionanti, con un sistema sanitario avvisato in cui i medici venivano richiamati in servizio prima, alle avvisaglie iniziali del dramma, non dopo quasi 5000 morti. In poche parole: con un paese pronto all’emergenza. Stiamo a casa. Stiamo confinati. Come esuli politici. Come persone condannate senza colpa da giudici incapaci di leggere i fatti. Ma quando tutto questo finirà, devono cominciare i giorni della memoria e della rimozione. Dovrà essere raccolto ogni scritto, ogni video, ogni momento in cui questo sistema politico si è dimostrato incapace e carente. Per non commettere più gli stessi errori. E dovrà cominciare l’immediata sostituzione di tutti i colpevoli: da quelli che sapevano e non hanno agito, a quelli che si sono disinteressati, a quelli che sono rimasti a guardare in attesa delle soluzioni. Dovrà cominciare un mondo e un’Italia nuova senza queste facce da talk show da seconda serata.