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Clubhouse 2021: la nuova app che cambia il mondo social.

Clubhouse impazza; si sentiva la mancanza di un altro social network, non potevamo farne a meno! Ovviamente stiamo scherzando; ma oggi dopo averlo testato per alcuni giorni saltando qua e là tra una stanza e l’altra e ascoltando discussioni in cui si parla di tutto, che poi è come parlare di niente, raccontiamo di Clubhouse, il social creato da Paul Davison (ex Pinterest) e Rohan Seth (ex Google) che già vale un miliardo di dollari e di cui tutti vogliono far parte in questi giorni. Ora, premesso che ognuno ha il diritto di scegliere come impegnare o sprecare il proprio tempo, vediamo cos’è ClubHuose e perché sta incontrando così tanto successo.

Cominciamo col dire che Clubhouse è un social anomalo nel panorama, perché invece di scrivere si parla. Con la propria voce. E si incontrano realmente, nella stanza scelta, personaggi famosi che altrimenti potresti solo seguire in foto o in story, ma senza interagire se non, magari, con il loro social media manager quando il profilo non è gestito in diretta. Qui invece, la voce non mente: è lei. E puoi dire “oggi ho parlato con Michelle Hunziker e Aurora”, oppure con chi vuoi tu; dagli attori ai giornalisti, dagli sportivi ai musicisti. Manca la funzione autografo e registrazione della chiamata, ma presto magari saranno implementazioni che verranno attuate per la gioia di chi partecipa per farsi vedere. 

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Tornando a bomba, Clubhouse è dunque un social nel quale si parla. Se sei tra i fortunati possessori di un Apple e sei stato invitato ed accettato (si, perché Clubhouse è esclusivo: per molti ma non per tutti e se hai un Android non puoi -ancora- essere parte del club) entri in una delle tante stanze in cui si discute del nulla cosmico, dal caffè del mattino a come ci si lava i denti fino a temi alti e drammatici: le violenze o il modo di affrontare la pandemia. Alzi la manina, ti viene data la parola da un moderatore e sei protagonista, tutti i presenti ti ascoltano, qualsiasi cosa tu dica (a meno di non essere mutato per oscenità da un moderatore); non c’è diritto di replica postumo con discussioni infinite perché, chiusa la stanza e finita la trasmissione, è finito anche il dialogo e la possibilità di andare oltre.

Non esiste posta elettronica, chat, scambio di foto, likes, video; Clubhouse non ha null’altro che la voce; la presentazione è affidata alla foto del profilo insieme alla descrizione; non si possono registrare le trasmissioni (a meno di non farlo con un device esterno) e non si possono filmare le persone che parlano perché non c’è funzione videocamera. È come ai vecchi tempi, quando di sera si ascoltava la radio e si immaginava la voce sensuale del dj o della dj che ti parlava prima di mettere la musica. 

Clubhouse è immediato, non ha moderatori se non quelli della stanza. È democratico e davvero solo social nel senso che ti obbliga a un minimo di interazione sociale: la parola. Non puoi far pubblicità ai prodotti, (almeno per ora) alla tua stanza per aumentare i follower (almeno per ora a meno di non invitarli e sponsorizzarti da altri social). 

Inoltre, ovviamente, Clubhouse è politicamente corretto. Anzi, correttissimo. Tutti possono parlare di tutto. Quindi ovviamente i temi sensibili dal Black Lives Matter all’emancipazione sociale e sessuale, dal trasformismo di genere alle adozioni, dallo stile di vita più o meno estremo alla preghiera e alla meditazione serale. Tutto è accettato e molti “influencer di diverso stile” nei mesi scorsi, hanno usato la piattaforma per i loro proclami. Non sono mancati i casi in cui l’odio sociale e razziale è stato topic trend per l’impossibilità da parte di Clubhouse di arginare in diretta salvo poi segnalare il fenomeno. 

Questo perché, appunto, la moderazione è affidata ai singoli gestori della stanza e, ma solo successivamente, all’applicazione di rigide “punizioni ed espulsioni” in modo ben più severo e diretto di altri social, da parte della app stessa in seguito alle segnalazioni. Ma il rischio che trollini e fake profiles creino stanze apposite dove far passare messaggi per ora non controllabili dalla app non è tanto remoto. Per fortuna non è sempre così; i toni, lo abbiamo ascoltato, sono spesso civili praticamente sempre; anche perché, spesso, si parla di fuffa e nulla cosmico. E soprattutto perché, nelle stanze italiane, ci sono i soliti noti, presenzialisti del “ci sono e sono figo”, quelli che vogliono poter dire di aver cavalcato l’onda dall’inizio: dagli influencer più o meno influenti, a “quelli col nome”.

Se è davvero così, allora perché quest’altro contenitore di nulla se non parole in libertà affidate a chiunque funziona così bene? 

Primo, perché siamo soli. Tutti. Drammaticamente soli. Monadi isolate dalla pandemia, chiusi in case dalle quali non possiamo uscire se non a giorni alterni, non abbiamo avuto da ormai un anno altro che il telefono e la voce per comunicare. Nessun ristorante, nessun aperitivo, nessuna cena e tutti a casa entro le 10 di sera come i bambini cattivi. In Italia, ma anche nel resto del mondo, l’esigenza di un contatto che andasse oltre il nickname e una foto di un falso profilo incontrollabile (come su Facebook e Twitter) ha trovato facilmente adepti. 

Di fatto, sono stati il vuoto e la depressione da isolamento Covid che hanno decretato il successo della piattaforma che connette gli appassionati di calcio o di Formula Uno, di design o di arte e così via, in stanze apposite. In Clubhouse tutti possono parlare con Ronaldo o Hamilton (ammesso che questi decidano di prendere parte alla discussione) e poi vedremo se anche qui non si creeranno fenomeni di tifoserie avverse che -almeno per fortuna solo uno alla volta- si insulteranno in dichiarazioni vocali di fuoco. 

Secondo, perché siamo tutti alla ricerca dei nostri 2 minuti di notorietà. E Clubhouse ce li regala gratis, in diretta, togliendoci dall’anonimato per un attimo e trasformandoci in opinion leader di noi stessi che lanciano proclami convinti di raccontare verità universali. 

Quale sarà quindi l’evoluzione post-Covid? Non lo sappiamo. Clubhouse forse diventerà anche il luogo per eventi privati di aziende che tengono al distanziamento sociale, o dove cantanti, poeti, scrittori, intellettuali, inviteranno i loro followers a incontri in momenti particolari riservati. Il futuro del social ancora non si conosce. È un bambino appena nato, deve ancora imparare a camminare. Non tutte le funzioni sono ancora state esplorate. Per ora non ci sono podcast, non è possibile riascoltare le stanze, recuperare le parole volate nel mare magnum di IP scambiati in tutto il mondo. Il futuro è nella testa dei due inventori e del loro team di sviluppatori. 

E proprio il tema degli IP e della sicurezza è uno dei più controversi. Per accedere a Clubhouse infatti devi registrare il tuo numero di telefono e se vuoi invitare altre persone devi dare all’app la totale condivisione della tua rubrica con tutti i rischi di privacy violata; infatti non appena cedi le liste di tuoi contatti per iscriverti, la app crea profili ombra per ogni numero di telefono e da nessuna parte di Clubhouse si trova il minimo accenno al GDPR, a chi gestisce numeri e profili, a come vengano tenute riservate le informazioni né da chi. E soprattutto non si fa menzione di chi detenga le registrazioni delle stanze. 

Sui social ci sono già fin troppe polemiche; la nostra privacy è già fin troppo violata e i nostri dati detenuti da chissà chi e chissà dove. App di differente natura controllano ormai ogni atto del nostro quotidiano; presto forse avremo un IoT che gestirà anche le nostre azioni sulla base dei nostri pensieri attraverso l’applicazione delle neuroscienze. 

Alla fine del test di questi giorni, vista l’inutilità sociale che non sia uno scambio di chiacchiere con persone che non conosci o con la star di turno, e quindi la spersonalizzazione ancora una volta dei rapporti veri, crediamo che un social in più non fosse davvero ciò che di cui il mondo sentiva la necessità oggi. Ma forse ci sbagliamo e il futuro sarà parlare di nulla con chi non conosciamo per paura di confrontarci con chi conosciamo.