In Formula 1 li chiamano “quelli con la valigia“. Sono quei piloti che hanno un unico merito e un’unica capacità: quella di arrivare con un carico di soldi dentro la valigia appunto. È la dotazione dello sponsor che gli garantisce il sedile della vettura. Non hanno altri meriti. Spesso hanno guidato qualche volta la macchina sportiva di papà, oppure hanno giocato su costosissimi simulatori che hanno in casa per fare delle belle sfide con gli amici. Della Formula 1 conoscono il mondo dorato delle modelline, le feste, i parties esclusivi, le interviste in televisione. Sognano la fama, ma sanno benissimo di non avere alcuna speranza se non attraverso qualche caso fortuito: una safety car che li proietta improvvisamente a metà classifica, un incidente di qualcuno che li lascia indenni, ma li coinvolge minimamente in modo da essere inquadrati, l’aver fatto da tappo in un sorpasso importante per la gara in modo da far parlare di loro. Nessuna di queste attività è certamente meritoria di mantenerli in quel posto. Ma la famosa valigia dello sponsor invece, garantisce loro visibilità e permanenza su quel sedile.

Cosa aspettarsi da loro? Che veleggino tra le qualifiche sperando di arrivare magari diciottesimi su venti, che non facciano troppi danni o troppi incidenti perché sanno guidare solo sul rettilineo e possibilmente senza nessuno intorno, altrimenti possono comunque fare danni sbandando spaventati, che cerchino un alleato incapace come loro che li difenda nel caso di un sorpasso andato a male.

Saranno sempre dei paria. Accettati all’interno di un mondo non loro con il quale non potranno mai mescolarsi e al quale non potranno mai ambire; guardati con sufficienza e indifferenza da chi invece quel mondo lo conosce e lo frequenta per famiglia, amici, interessi veri, know how acquisito e respirato, da chi quel mondo lo vive da sempre con competenza. Perché per essere un pilota non occorre essere nati in macchina, però aiuta.

Poi ci sono i ragazzi prodigio veri: i Verstappen, i Leclerc, gli Hamilton, i Senna: quelli che hanno vinto tutto nelle gare con i kart, quelli che si sono sbattuti nelle formule minori che nessuno guarda in televisione e vengono citate solo quando sfortunatamente c’è un incidente mortale. Sono quei ragazzi cresciuti a olio e motore, a velocità e rischio, quei ragazzi che hanno magari visto il padre lo zio o il fratello correre in tante altre formule e magari in Formula 1, per arrivare finalmente a potersi sedere sul prezioso seat di una monoposto. Sono quei ragazzi affamati di vittoria; li vedi correre come se fosse sempre l’ultima gara, agitarsi nei box intorno alla loro vettura, chiedere spiegazioni, imparare, dare suggerimenti, confrontarsi con i meccanici. Sono quei ragazzi che se non diventeranno campioni del mondo, sicuramente staranno sempre nelle posizioni di vertice e daranno spettacolo con manovre e sorpassi al limite, porteranno contributi alla squadra, lavoreranno affinché la formula uno possa diventare uno sport migliore.

In politica è lo stesso. Solo che i ragazzi prodigio non arrivano con valigie piene di soldi, ma piene di voti. Si trascinano dietro, in cambio della sedia in una istituzione su su fino al Parlamento, il sostegno politico di uno stormo di cavallette affamate di notorietà e di favori di ritorno. Della politica non conoscono nulla. Ma non è importante, perché hanno la capacità di muovere voti, di catalizzare l’opinione pubblica, di arrivare a sedere sulla poltrona di Montecitorio o del Senato grazie all’urlo entusiastico di uno sponsor segreto nella cabina elettorale. Sono quei ragazzi che non hanno mai sentito parlare di Kissinger, di Moro, di Craxi, di Churchill, di Andreotti, ma non importa. Sono convinti di avere il verbo politico nelle vene. Poi basta ascoltarli in conferenza stampa per capire che nelle vene forse hanno le istruzioni dell’Ikea oppure una serie di citazioni prese dai fumetti che hanno letto da piccoli. Il loro eloquio è minimo, si basa su una retorica scontata e su frasi fatte che qualche ghostwriter gli ha scritto. Le ripetono senza capire, senza nemmeno sforzarsi di sapere da dove vengono, con la speranza che lo scrittore segreto che ha preparato il loro discorso, abbia azzeccato le tematiche e possibilmente abbia creato un po’ di scandalo che farà discutere. Tanto il posto è garantito dai voti che portano.

Della macchina dello stato non conoscono nulla. Ne hanno forse sentito parlare in qualche telegiornale sbuffando perché portava via tempo alle notizie sul calciomercato o alle polemiche su un rigore negato. Per loro i “commessi” non sono garanti del protocollo all’interno degli edifici di governo ma persone sedute alla cassa dei supermercati o a vendere bibite allo stadio e strappare biglietti. Cosa aspettarsi da loro? Che riescano a veleggiare, a galleggiare per il tempo che gli viene concesso, possibilmente senza fare danni.

Per fare politica non serve essere nati in Parlamento. La politica in parte si può imparare; ma solo se la si vive fin da bambini; occorre conoscerne regole e ruoli, situazioni e leggi. Amministrare la cosa pubblica è un impegno e un dovere, non un gioco. Arrivare ad essere il Ministro degli Esteri più giovane della Repubblica, non offre automaticamente la conoscenza necessaria a farlo, non ti instilla le competenze con un click di un connettore fissato al cervello come in Matrix (magari fosse così e non solo per la politica), non ti proietta automaticamente nel ruolo di statista in grado di discutere alla pari con i grandi del mondo. Ti offre l’opportunità di qualche intervista in televisione, ma poi …poi resti sempre “quello con la valigia”. Incompetente. Che per poter lavorare deve circondarsi di persone che lo consigliano e gli spiegano, pagate dai cittadini per insegnargli a fare un lavoro non suo. E non raccontiamoci la favoletta che così si è vergini e staccati dalla corruzione. Come se un chirurgo entrasse in sala operatoria pagato per avere accanto il professore esperto che gli dice dove tagliare e come sostituire il cuore della persona sul lettino: sono certo che nessuno lo vorrebbe un medico così cui affidare la propria vita.

Ecco: noi attraverso la nomina di Di Maio agli Esteri data da Conte (un altro che la politica forse l’aveva studiata in un esame universitario prima di godere dei tweet col nome sbagliato del suo neo amico Donald) abbiamo affidato il nostro futuro a uno che di questo lavoro non conosce nulla. E potrebbe fare danni. Grossi danni. Per cui non resta che sperare che, come in Formula Uno, intervengano presto i commissari a revocargli la licenza.

Perché essere il più giovane Ministro degli Esteri d’Italia non è un traguardo ma una responsabilità. Sarebbe stato meglio assegnarla all’esperienza e alla conoscenza. Non alla Ragion di Stato, al gioco delle poltrone da spartire, alla consapevolezza che tanto sarà un burattino o un clown telecomandato. Perché a volte anche i pupazzi si animano e IT insegna che possono fare cose terrorizzanti.