Jake angeli a Washington

IL MONDO AL CONTRARIO. I social riscrivono la storia.

Assistiamo in questi giorni a una interessante presa di posizione da parte di sicofanti che interpretano la legge a modo loro, gestiscono la comunicazione a senso unico, rifiutano il dialogo, hanno come sole parole l’insulto e l’oltraggio. Personaggi da stadio, tifosi della domenica prestati al commento politico con profili social folcloristici come quello dello sciamano trumpiano.

È uno studio interessante vedere cosa succede sia da parte di giornalisti o pseudotali che in nome di uno stipendio di parte scrivono sotto dettatura, hanno followers sui quali rilanciare il verbo contro chiunque diffonda non un pensiero giusto o sbagliato ma “diverso” da quello corrente. Quindi ci si arresta di fronte alla pochezza dell’ingiuria e della volgarità usata come elemento distintivo sui social dove viene censurato il Presidente americano, ma si permette a chi lo insulta e gli augura di morire (o augura di morire anche a chi persegue un’idea differente dalla maggioranza come è successo a Enrico Ruggeri e tanti suoi followers) di continuare a scrivere.

Si augurano botte e violenze, una vita di stenti. Si chiede la radiazione di giornalisti che (come Mentana) osano porre un dubbio durante un servizio esercitando il diritto di critica e la propensione al pensiero. Ecco; queste invece non sono violazioni della policy del social e/o della deontologia giornalistica: “so’ ragazzi” direbbe qualcuno.No “non so’ ragazzi”. Sono la frangia violenta (ci auguriamo per ora solo verbalmente) di una comunicazione che è sfuggita di mano al suo demiurgo. Sono la testimonianza di un mondo che sta viaggiando al contrario e a senso unico.

Ci si inchina giustamente per Floyd ma si giustifica l’omicidio della donna bianca che protestava entrando nel Parlamento americano perché “se l’è andata a cercare”. E quello che fa specie è che queste frasi vengono dette da coloro che urlavano in piazza per protestare contro la morte di Carlo Giuliani al G8 di Genova. Allora un ragazzo che attaccava con un estintore un agente in servizio era una povera vittima. Oggi una donna che protestava “se la cercava”. Qualcosa non torna. Siamo assolutamente d’accordo che black lives matter. Ma siamo ancora più d’accordo che all lives matter.

E non torna nella mancanza di analisi delle ragioni che hanno portato al dramma non solo della donna, ma di questo scenario irreale e virtuale nel quale viviamo. Non potendo più uscire di casa, bloccati di fatto in tutto il mondo da un lockdown che paralizza non solo le attività ma soprattutto il confronto civile, abbiamo scatenato una violenza latente peggiore di quella reale. Apparentemente una parola scritta su un social non fa male. Invece provoca disastri peggiori di un pugno. 

Quando combattevi, quando ti trovavi coinvolto in una rissa, il dolore era immediato, la percezione fisica e istantanea. E la paura o il dolore fermavano spesso un eccesso drammatico. Oggi non più. Oggi la violenza è esasperata perché l’insulto è non solo tollerato ma incentivato sui social (ma solo se è di parte). Chi scrive è protetto da un anonimo aka o da un nome non verificabile e rintracciabile a fatica. Venire a cercare chi la pensa in modo contrario tra città diverse è complicato e difficile. Quindi lo sfogo è automatico, violento e amplificato. E quando finalmente ci si trova nella vita reale, abituati alla tastiera e allo schermo isolante, non si percepisce il pericolo di una violenza che ha covato fino a quel momento per esplodere amplificata di 100, 1000 volte. 

Social contro Trump

Quello che è successo a Capitol Hill è non solo drammatico e terribile oltre che da condannare senza se e senza ma. Però non serve archiviarlo come l’ultima violenza istigata dal cattivo Trump. Perché quello che è successo a Washington D.C. è la conseguenza non solo delle parole del Commander en Chief degli Usa, ma di una serie di violenze e violazioni inaccettabili anche nei suoi confronti e nei confronti di quei milioni di votanti che lo volevano presidente. Di quell’America che ha nelle sue tradizioni e radici profonde dei valori che oggi anche la Chiesa Cattolica in un eccesso di trasformismo per non perdere consensi ha deciso di mettere da parte. Non sono valori giusti o sbagliati in sé: sono valori che vanno considerati, discussi, analizzati e non bannati a priori come vecchi, fascisti e retrogradi. Le violenze di Washington sono figlie dei mancati riconteggi più volte richiesti. Se è vero che i Dem nulla avevano da nascondere, perché non hanno riconteggiato? Perché si sono opposti senza dare alcuna ragione se non la dichiarazione (quindi solo parole) che non esistevano motivi per riconteggiare un voto avvenuto in modalità decisamente anomale in un periodo storico difficile e controverso? Non fosse altro che per l’opportunità di sputtanare l’avversario, uno che ha tutta questa certezza di vincere, il riconteggio lo fa. Sarebbe costato molto meno delle conseguenze di quello che sta succedendo. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca diceva Andreotti che di politica qualcosa ne capiva. 

La protesta di Capitol Hill non è un folckloristico esempio di contestazione politica. È l’espressione di un malumore e di un malessere collettivo nei confronti di una informazione a senso unico; di un politicamente corretto a senso unico; di uno scientificamente corretto a senso unico; di un economicamente corretto a senso unico. Di un senso unico contrario a chi ogni giorno lavora e produce per il paese; di chi non vive di sussidi; di chi non è mantenuto da social che promuovono chi gestisce profili per accumulare followers e diffondere il giusto “verbo”. È la dimostrazione che zittire non serve, che censurare non è solo una prerogativa fascista, che il termine “fascista” è abusato e travisato. E che ogni fascismo, di destra o di sinistra, provoca la stessa reazione. 

Entrare nell’ufficio della speaker della Camera Nancy Pelosi, farsi un selfie con i piedi sulla sua scrivania non è stato un bell’esempio di contestazione ma una penosa esibizione di mancanza di argomenti. Come gli insulti social. E infatti i manifestanti lo hanno fatto usando gli strumenti social con cui sono abituati a confrontarsi ogni giorno: si sono organizzati sui social, si sono parlati con Whatsapp, si sono fatti i selfies da postare su Instagram come finto esempio di un potere riconquistato e di una violazione e uno sfregio a quella democrazia fantasma che è stata negata da chi li ha provocati al punto da farli arrivare in massa a Washington D.C. I metodi di contestazione usati sono simboli di una comunicazione traviata, di una narrazione stuprata da strumenti che sono diventati le nuove armi di controllo di massa e gli strumenti per scrivere le pagine di una storia al futuro.

Churchill disse una volta “la storia sarà clemente con me perché la riscriverò io”. Noi oggi abbiamo concesso la possibilità di riscrivere la storia a Zuckerberg (che ha come unico merito quello di avere saputo approfittare delle intuizioni e della capacità di programmazione di un altri nerd come lui che studiavano ad Harvard) e amici. Abbiamo pensato che i social fossero la libertà senza comprendere per tempo che in un mondo interconnesso, chiunque controlli la narrazione della realtà e possa esercitare il diritto di veto sulle idee è il nuovo padrone del mondo, della storia; e ha la possibilità di far credere cos’è giusto e sbagliato e in che direzione ruota la terra.