LA VERITÀ: MANIPOLIAMO DATI E COMUNICAZIONE

La ricerca della verità? Non c’è tempo. Non c’è voglia. Non c’è interesse. 

In fondo cos’è la verità? E’ un calice amaro, una pozione da bere con attenzione. La medicina ci insegna che il termine farmaco deriva dal greco “pharmakos/pharmakon” che significa rituale maledetto, veleno e pozione curativa. Una duplicità di significato che assomiglia molto a quella dell’ideogramma cinese “problema/opportunità”. Perché le filosofie che affondano nel passato sanno di buono e di pensiero e conoscono la doppia personalità delle cose e delle situazioni. Sono filosofie che avevano tempo per osservare, per pensare, per elaborare; per macerarsi e farsi male nell’analisi che porta a volte ad affossarsi e, a volte, a trovare una strategia per riemergere e risorgere. 

Ci vuole coraggio ad affrontare la verità.

Noi oggi viviamo in un mondo che non ha coraggio. E quindi non ha verità. Viviamo nell’impostura perché siamo poveri di pensiero coraggioso e avari di confronto mentale aperto, mentre siamo ricchissimi di menzogna giustificatoria. Oggi viviamo troppo spesso creando un alibi, una notizia, una giustificazione e poi cerchiamo il modo per trasformarla in realtà. Siamo virtuali non solo nelle chiamate in Zoom o in Teams ma, ed è ben peggio, nella vita che ha perso di vista la realtà e l’ha trasformata in un videogame.

Ne ho due esempi concreti. Il primo riguarda la strumentalizzazione della notizia che la Ferragni è andata agli Uffizi e si è fatta un selfie “dea digitale”. Pare che con quel selfie la biglietteria degli Uffizi abbia improvvisamente moltiplicato ingressi e incassi. Perché la Ferragni è davvero una dea digitale. È una che, ci piaccia o no, ha creato un impero sulla capacità di trasformare in fotonotizia qualsiasi sua attività. Quindi non ha valore, quindi tutti a criticare, quindi tutti ad additarla come creatrice del nulla o sfruttatrice delle opportunità. Dimenticandosi che, per prima in Italia, lei ha capito i nuovi meccanismi della comunicazione. E per un popolo di invidiosi del successo, incapaci di riconoscere meriti, questo è un peccato grave. Il pensiero comune, riferito a chi ha successo lo sintetizzo in una frase banale, è la seguente: “le donne la danno; gli uomini si vendono oppure rubano”, tertium non datur: la possibilità di avere successo per meriti, per idee geniali o meno, per bravura, per competenza, neppure sfiora chi ragiona in questo modo. Ovviamente però il ragionamento non si applica a campioni dello sport, calciatori e simili, che invece aprono ristoranti, firmano linee di abbigliamento, creano bevande, fanno foto con i fan e sono invece osannati. Come se gestissero loro il ristorante decidendo menù e portate, o disegnassero la T-shirt e l’abito etc. invece di esserne il biglietto da visita o l’immagine pubblicitaria della brand.

Ora, senza voler elevare la Ferragni a più di quello che è, ovvero una grandissima professionista capace di gestire in modo perfetto la propria immagine e quella dei prodotti che sceglie di sponsorizzare, credo doverosa una riflessione in tutta sincerità. La Ferragni è andata a Firenze, a Taranto, si è fatta fotografare davanti a delle opere d’arte e in tanti si sono incuriositi e hanno googolato su musei, artisti, opere d’arte. Direi che non è stato un gran danno se anche si fosse presa un gettone di presenza. Fare e diffondere cultura credo sia un dovere (forse non lo condividono come pensiero Azzolina e Arcuri che con la scuola non ci azzeccano tanto, ma tant’è). Ma poiché lei lo fa in modo semplice, diretto, è da attaccare. Forse perché l’arte deve essere riservata ai critici noiosi e boriosi? La storia dell’arte spiegata a scuola è spesso una materia abbandonata perché si va nel tecnicismo, nella didattica pura, nel nozionismo; e si dimentica l’uomo e l’emozione. Piero Angela, suo figlio Alberto, le nuove trasmissioni di National Geographic, invece, si basano sulla fascinazione, mettono al centro l’uomo. Per questo sono molto seguite: spiegano coinvolgendo. È un nuovo umanesimo scientifico. L’arte coinvolge quando è capace di entusiasmare, di inglobare, di far sognare: quando racconta l’uomo che ha creato oltre alla sua creazione. 

Il secondo aspetto della mancanza di verità è quello di questa pandemia infinita che sta terrorizzando il mondo. Una pandemia che non è finta in termini assoluti, ma sicuramente è un fantastico Trend Topic per giornalettucoli che lucrano su un click e testate che sviliscono l’informazione in una headline scandalistica e allarmistica. 

Non è questo il tempo e il luogo per polemiche o disquisizioni su quanto terribile sia questa influenza che ha portato lutti in tutto il mondo; e si, la chiamo influenza, perché il ceppo coronavirus è una influenza. Può essere più pericolosa, ma quello resta. 

In questo momento da buon salmone mi interessa risalire la corrente e dire che nessuno ha cercato la verità, ma tutti hanno cavalcato vendite di giornali, dati sensazionalistici, ricerche personalistiche di notorietà, vendite di instant book creati ad hoc in poche notti e quindi ancora una volta senza verità. Tutti a manipolare i dati. Che se fossero presentati in maniera reale, corretta e oggettiva, ci direbbero tante cose sulla reale pericolosità del virus, sul tasso di mortalità e su tutte le altre amene faccende. 

Per dare un contributo alla verità, mi limito a riportare il link al The Economist, una testata sufficientemente autorevole e al di sopra delle parti da non aver bisogno di commenti fasulli e/o titoli scandalistici. https://www.economist.com/news/2020/03/11/the-economists-coverage-of-the-coronavirus  Qui ognuno potrà vedere presenti, in tempo reale, le variazioni tra morti assoluti e percentuale di popolazione. E si capisce dove sta la verità. Certo: è più facile titolare che il COVID è terribile e negli Usa ha fatto morire 144mila persone rispetto a dire che ha fatto morire 44 persone ogni 100.000 abitanti. La legge della comunicazione: un aereo che cade fa più notizia di uno scontro tra due auto. Un aereo che cade fa più morti che uno scontro tra due auto. Ma in tutto il mondo si scontrano ogni giorno molte più auto con molti più morti rispetto agli incidenti aerei.  Questo bisognerebbe dire. Per rispetto alla verità. Per rispetto anche dei morti o della mancanza di cultura. 

La verità fa paura. La verità può far male. Ma rende liberi. Liberi di decidere che una visita a un museo può essere meno noiosa del previsto se in quel museo -udite udite quale scandalo- c’è interattività, realtà virtuale, interazione. Come ad esempio a Vienna, nel Museo della Musica. Dove ognuno può dirigere un’orchestra e capire cosa succede ogni volta che il direttore aumenta o diminuisce il ritmo della bacchetta. Dove ognuno può suonare degli strumenti, fare esperimenti acustici. Come in quei musei del mondo dove puoi fare microseminari di scultura e pittura, dove la storia dell’arte interseca la storia dell’artista. Oppure liberi di decidere se è davvero un rischio togliere la mascherina e respirare aria libera, perché la probabilità di beccersi il virus è minore di quella tanto urlata sui media. 

Già la verità. Questa sconosciuta. O misconosciuta.