L’amara lezione di Juve-Real Madrid.

Facciamo come Magritte e mettiamo una premessa: questa non è una cronaca di calcioastenersi perditempo da bar e tifosi faziosi. 

Mentre ieri sera impazzavano sui social i commenti dei rancorosi e dei falliti che non avendo mai vinto qualcosa nella loro vita (non dico con la loro squadra) mettevano sui social la pochezza di chi gode dei fallimenti altrui perché in qualche modo trova giustificazione ai suoi, mi appuntavo quattro punti per il futuro. E’ un breve bigino di cose ovvie, che tutti conoscono, ma che ieri sono state ribadite con l’esempio pratico, che a volte è la cosa più efficace.

1. Never give in without a fight, come cantavano i Pink Floyd. Non ti arrendere senza combattere. Gigi Buffon lo aveva scritto in tempi non sospetti sulla sua maglia “Boia chi molla”. E non era apologia di regime come qualcuno ha fatto notare. Era un TShirt-tattoo quando allora non si usavano ancora quelli a pelle, per ricordare a tutti di non arrendersi mai, di provarci sempre. Perchè è meglio fallire provando che fallire certamente nell’immobilità. Uno studio americano dice addirittura che solo un fallimento produce poi grandi successi. Ma indipendentemente, dalla correttezza della teoria, ieri i bianconeri avevano dimostrato che credere e prepararsi per il successo può portare al successo. 

2. Go further. Fai più di quel che devi, per ottenere almeno il risultato minimo. Ieri sera l’arbitro Oliver ha deciso che poteva mutare le sorti di una partita e l’ha fatto; incapace di capire il contesto, in sudditanza dello stadio dei blancos che incute timore anche a campioni navigati, etc etc etc etc  bla bla bla ….si dica quello che si vuole: può anche essere stata chiara a tutti la sua incompetenza e impreparazione in una decisione che mette in gioco non solo fedi calcistiche ma interessi economici altissimi (una semifinale di Champions oggi prima ancora che calcio è business, vale più di 10.000.000 di euro; in più una squadra spagnola era appena uscita il giorno prima eliminata proprio da un’italiana). Non importa la sua decisione. Conta che la Juve vinceva, “solo” 3-0. Pur nell’impresa, aveva cioè solo pareggiato i conti. Non era in sicurezza neppure per arrivare ai supplementari, come in effetti è poi successo. Questo significa che per vincere non basta fare il minimo. Occorre andare molto, molto, molto oltre l’obiettivo. Se la Juve fosse stata in vantaggio almeno di 4-0, quell’errore arbitrale (circostanze avverse della vita o del progetto) non avrebbe influito. 

3. L’esperienza, quasi sempre, fa la differenza. Ricordo pochissimi casi di arbitri redarguiti, puniti per i loro errori, anche solo sanzionati. Possono fare quello che vogliono e lo sanno. Per questo, in una partita come nella vita, se non c’è certezza della pena tutto diventa lecito. E’ l’esperienza vista dalla parte di un arbitro: prendo una decisione discutibile? Non importa. Sbaglio? Non importa. E invece dovrebbe. L’esperienza è un valore intangibile in certi casi, perché è carisma, è capacità di discernere. E poiché non voglio aggiungermi alla lunga schiera dei complottisti, allora dico semplicemente che ieri sera Oliver non era la persona giusta da designare perché non aveva esperienza; perché era più giovane di molti dei campioni in campo, più giovane di molti degli avvenimenti visti in quello stadio. E l’unica sudditanza psicologica non l’ha avuta contro il Buffon campione del mondo da cui si è preso un cordialissimo “ma vai a c….re” che se non è elegante è quantomeno comprensibile umanamente. Dicevamo, ecco l’esperienza. Che è mancata anche chi ha -se veramente il fallo c’era- commesso fallo al 93’. E non parlo dell’azione di gioco. Parlo del fatto che forse conveniva non arrivare con così tanta veemenza, forse bisognava pensare a fare qualcosa di diverso, a lasciare l’ultimo miracolo nelle manone di Buffon. Perché era certo che un intervento al limite sarebbe stato sanzionato. Era evidente da come era andato l’arbitraggio durante la gara. Esperienza, appunto. 

4. Ognuno ha un ruolo e ogni ruolo ha codici di linguaggio e responsabilità. Ieri sera abbiamo visto l’aplomb di Andrea Agnelli che nel più puro stile juventino con classe e sobrietà ha detto chiaramente ciò che pensava dell’arbitro e del designatore arbitrale Collina senza neppure nominarlo mai perché come diceva un aforisma: “l’indifferenza è un vaff…..o in abito da sera”. E abbiamo visto il capitano coraggioso, quello che non si tira indietro e porta il cuore e la bandiera oltre l’ostacolo: quel Buffon, che invece si è tolto lo smoking e, prima in campo poi nelle interviste, ha chiarito col linguaggio del combattente irresponsabile ma trascinante di energia e punto di riferimento dei bianconeri, cosa pensava di chi cambia le sorti di un evento sapendo che nessuno gliene chiederà conto. 

Ciò detto, la Juve è fuori. Calcisticamente ognuno ha la sua fede e sarà felice o triste. Professionalmente e neppure troppo metaforicamente, resta la lezione che purtroppo non sempre l’impegno automaticamente paga, come ci dicevano da piccoli generando l’equivoco terribile che basta sforzarsi per aver diritto al premio. Serve di più.