Parlarsi attraverso i post. La tristezza di non saper (più) comunicare.

L’estate sta finendo ma per fortuna l’anno non se ne va ancora e c’è tempo per rimediare ad alcune stupidaggini viste o fatte durante i primi mesi. Ad esempio l’uso improprio dei social. E non parlo solo del bullismo che purtroppo era e in parte resta una piaga. Parlo da uomo che si occupa di comunicazione praticamente da sempre. Mia mamma mi rinfacciava, con un po’ di risentimento, che la mia prima parola non è stata “mamma”, ma “perché?”. Ho cercato a lungo di spiegarle che era un suo grosso merito. Significava che fin da subito mi aveva insegnato ad andare al sodo. A conoscere la ragione e non l’apparenza.

Invece adesso viviamo una realtà che potremmo definire “aspirational”. E’ la realtà di chi si propone come vorrebbe e non come non è. Di chi parla attraverso un post perché non ha il coraggio di alzare il telefono e chiamare la persona a cui vorrebbe dire le cose che scrive: perché è complicato; perché vorrebbe dire mettersi in gioco; perché in questo modo può lanciare messaggi trasversali. E soprattutto perché così la vita diventa una soap opera in cui chi scrive è finalmente protagonista e non spettatore. 

Quest’estate ho visto messaggi stile “Sto in silenzio; ma dovunque sei il mio cuore è con te”. E allora perché non sei con lui/lei? Perché non chiami? Oppure “Amo la solitudine perché mi aiuta a pensare. Condividi anche tu?” Ma che diavolo di post è? Sei bipolare? Sei un ossimoro? Oppure stai solo cercando aiuto? O un dialogo? E allora in quel caso perché non lo chiedi direttamente? Peggio di tutti, ho visto le foto di finti uomini (o donne, ma meno) di successo. Gente che si è fatta i selfie vestiti come una sfilata, da gran fighi, blazer blu da barca, aperitivi e flûte di champagne in mano, i deschinés più audaci, le labbra in evidenza, la scollatura provocante, i sorrisi stereotipati da cinepanettone; e poi hanno messo le foto nel profilo Faceboolk o Instagram per farsi ammirare. Anche se magari sono soli come cani abbandonati in tangenziale (questo sì un vero dramma estivo), hanno famiglie che fanno le vacanze da un’altra parte, oppure vivono separati e devono costruirsi un weekend proponendo sempre un effetto speciale, la Spa appena inaugurata o l’hotel di prestigio con ristorante stellato, altrimenti non hanno tempo per avere una donna vicino con cui costruire una relazione, o peggio le cambiano come si cambiano i jeans. Però sui social sono dei vincenti nati cui tutti mettono un “like”. Un po’ per invidia un po’ per farsi vedere amici degli amici. Credo che il paradosso della comunicazione dei nostri tempi sia proprio questo: l’incoerenza tra chi siamo e chi vogliamo far credere di essere. E questo provoca poi la dicotomia nel nostro modo non solo di comunicare ma di vivere. Le nostre parole diventano azioni, diventano la nostra realtà. Ormai lo sappiamo. Ma dire di essere una cosa che non si è, non crea la realtà descritta, non costruisce il successo, ma solo un mondo di menzogna. Ecco allora le app per ritoccare le foto, la ricerca di uno scatto che faccia capire che siamo belli e di successo. 

Ho visto un’estate di comunicazione esagerata. Di comunicazione urlata. E mi sto chiedendo se non sia perché siamo diventati incapaci di fare silenzio, perché rimbomba e ci fa paura; o di parlare convinti di ciò che diciamo senza voler a tutti i corsi piacere agli altri. Usare il social per comunicare, se non sei un’azienda che deve dare dei messaggi (che in quel caso sono pensatissimi), mi sembra così diventare uno sfogo o una speranza. Il confessionale in cui però mettiamo in pubblico la nostra vita, i nostri difetti e le nostre paure. Il limite è che invece di mantenere il segreto e trovare una soluzione (se non un’assoluzione) come dovrebbe avvenire in un confessionale, il social amplifica le nostre debolezze. Le mette in piazza. E la richiesta implicita di aiuto diventa un’ammissione di impotenza, una scheggia che apre una voragine in cui gli altri più scaltri possono infilarsi. 

Comunicare attraverso i social è come fare una pubblicità per strada. La leggono tutti. Qualcuno la interpreta nel modo giusto, qualcuno la ignora. C’è chi risponde (compra o boicotta il prodotto) e chi tace. Anche nella risposta, sui social, tuttavia manca il dialogo vero, quello fatto di contatto e confronto perché anche la risposta può -e spesso è- un’aspirazione, una ricerca di consenso, un tentativo di farsi vedere migliori, “giustopensanti”, portatori di verità e saggezza. Così rispondere a un post significa o cercare approvazione o mettersi in mostra per come si vorrebbe e spesso non si è. 

A volte capita di conoscere queste persone; per sbaglio o perché amiche degli amici. E nella realtà sono diversissime dalle foto e dai commenti. E sono una delusione cosmica. Per cui mi sorge spontanea una domanda: data per buona l’esigenza di mettere in piazza la nostra vita piuttosto che proteggerla, non sarebbe meglio comunicare ciò che si è davvero? Quali sono le paure ataviche che ci spingono a fingere, a metterci una foto da lupo di Wall Street invece che quella di una passeggiata col cane in campagna? Quale immagine vogliamo veramente dare di noi? Quella di ciò che vorremmo o quella di ciò che invece siamo? Perché è così difficile lasciarsi conoscere per ciò che si è? Perché la nostra felicità passa attraverso il giudizio degli altri cui dobbiamo presentarci? Vero, mi son dilungato, ed è più di una domanda; ma sono curioso delle risposte, perché vorrei intorno a me persone vere, complici, capaci di vivere indipendentemente dal giudizio degli altri perché bastano a sé stesse.

Non sono un coach, ma penso che la sfida della comunicazione prossima ventura sia essere ciò che si è; sia recuperare il senso del vero e non del verosimile, imparare a usare i social non come vetrina per fare like phishing ma come strumento per abbattere le distanze fisiche con gli amici veri, quelli con cui non hai bisogno di parlare attraverso un post perché li senti per telefono, email, whatsapp e li vedi se non spesso, almeno appena possibile. E penso che non sia solo una sfida della comunicazione ma della vita intera. E ne vada della possibilità di essere felici a prescindere.