WhatsApp, Telegram o Signal? Vale davvero la pena di cambiare?

Allarmismo per la privacy. Come se non si fosse “web checked” in ogni nostro movimento. Il tormentone del momento è sul nuovo aggiornamento dei termini di utilizzo di WhatsApp, crediamo la più usata app di comunicazione del pianeta, che potrebbe portare a una migrazione di massa verso il più recente Signal o il consolidato Telegram.

Niamh Sweeney, direttore per le politiche aziendali di WhatsApp, ha twittato con veemenza “la sua” per vanificare la campagna contro l’aggiornamento delle policy dell’app di comunicazione interpersonale forse più usata nel mondo.

In parole povere, Sweeney, sottolinea come sia stato riportato scorrettamente che gli ultimi Termini di Servizio e Privacy Policy di WhatsApp richiederanno, agli utenti dell’Unione Europea, di condividere i loro dati con Facebook (la casa madre n.d.r.) per avere la possibilità di continuare ad utilizzare il servizio. Capirete la gravità delle accuse, che evidenziano la condizione di grande vantaggio in cui, nel caso, si troverebbe il colosso nato a Cambridge, Mass.
Secondo il direttore delle politiche aziendali è falso poiché nulla cambia per l’Eurozona, nemmeno con questo aggiornamento. WhatsApp non condivide dati con Facebook per profilare gli utenti e agevolare i propri prodotti o messaggi pubblicitari. L’ultimo aggiornamento sulla Privacy Policy, aggiunge Sweeney, chiarifica semplicemente la volontà di fornire più chiare e dettagliate info su come e perché vengono usati i dati raccolti.

L’utente del web ne sa una più di Zuckerberg, a giudicare dalle reazioni; infatti in tanti hanno espresso il desiderio di rinunciare a WhatsApp che ha le informazioni di 1 miliardo e 600 milioni di iscritti nelle mani di una sola persona.

L’update, comunque e per ora, non riguarda chi vive nell’Eurozona dove tutto rimarrà identico al passato. In realtà parrebbe che il colosso americano ha distinto, almeno fino ad ora, usi e costumi della “data regulation” che interessa gli iscritti, anche se c’è da prevedere che presto le due chat (WhatsApp e Messenger) verranno unite, magari anche con Direct di Instagram. Ma non a breve.

Così si è messo in moto il tam tam della tribù transnazionale dei social per passare da WhatsApp a Signal. Probabilmente, su quest’ultima App, non ci saranno nemmeno un decimo dei suoi contatti. In più a onor del vero, ambedue le App utilizzano la crittografia “end to end” che non consente al grstore di leggere le conversazioni. Almeno “ufficialmente”!

Il Gdpr (General Data Protection Regulation), infatti, impone limiti ben definiti alla condivisione delle informazioni e alla profilazione degli utenti a qualunque scopo. Sono limiti che impediscono a WhatsApp di inviare dati a Facebook senza uno scopo preciso e licenziato dall’organo di controllo privacy della Commissione Europea, con gravi conseguenze se disatteso questo concetto.

Il Gdpr è il testo, entrato in vigore nel 2018, il cui scopo è uniformare le leggi europee sul trattamento dati e il diritto dei cittadini ad essere in pieno controllo delle informazioni condivise. Sempre il Gdpr impone che ogni singolo dato venga giustificato, la qual cosa, sostanzialmente, motiva la nuova Privacy Policy di WhatsApp. Comunque la cosa non pare trovare una soluzione, ad onta del fatto che la società di Menlo Park abbia chiarito più volte che le modifiche annunciate non riguardino gli utenti dell’Unione Euroea, Per non saper né leggere né scrivere, il Garante per la privacy italiano ha annunciato di aver portato all’attenzione delle Autorità di privacy europee, nel loro board, il messaggio di WhatsApp che annuncia i futuri aggiornamenti. La segnalazione del Garante italiano all’ EDPB (il board che riunisce le authority europee per la privacy) riguarda infatti il fatto che l’avviso comparso nei giorni scorsi sugli smartphone degli utenti di WhatsApp, sia poco chiaro e vada, quindi, valutato con attenzione in attesa di approfndimenti.

E ricordatevi che nel caso vogliate cambiare, ci sono tatissime App di chat disponibili!