Zero? No infinito.

Zero il folle. Ancora lui, dopo tutti questi anni ripercorsi in uno spettacolo apparentemente semplice che invece cela una complessità non solo musicale ma iconografica, stilistica e concettuale insieme. 

Il concerto del Pala Alpitour di Torino ha proposto un Renato Zero che, a dispetto dei suoi 69 anni, pare un ragazzino appena uscito da un talent televisivo con tanta voglia di trasmettere emozioni. E le sue raccontano una vita fatta di canzoni o di canzoni che raccontano una vita. Perché Renato ci ha abituato da sempre a svelare coprendo con una maschera o con una metafora. E il concerto di Torino che è parte di una lunga tournée non fa eccezione. Sul palco assolutamente essenziale, solo un grande pianoforte. In alto, sui drappeggi bianchi, tre maschere. Ancora una volta nella sua lunga carriera di trasformista, Zero racconta una realtà virtuale che si fa reale. E infatti l’orchestra appare di tanto in tanto dagli schermi, realtà digitale capace di coinvolgere come fosse sul palco. 

Lui, in forma sbagliante, istrionico e instancabile, ha continuato ad affascinare i sorcini di ogni età cambiando continuamente le maschere dell’abito di scena, raffinato ed elegante, eccessivo e talentuoso. E ha regalato tutti i suoi pezzi più famosi ma con uno stacco temporale e fisico che ha portato i coristi a cantare i suoi pezzi storici come Madame e Triangolo, in una separazione tra il Renato storico e quello moderno, attuale. E così l’uomo e l’artista, Renato e lo Zero che si fa moltitudine, si mescolano in Zero il Folle, quando lo specchio scenico che rimanda il Renato reale si ritrovano per unirsi finalmente in pace nella canzone. 

A chiudere il concerto, come sempre, Il cielo, cantato in coro da migliaia di voci che non volevano che il concerto finisse e soprattutto rispondevano con un “mai” al suo iconico “non dimenticatemi eh”. E sarebbe impossibile perché Renato non è mai stato Zero ma Infiniti volti, Infinite emozioni, Infinite vite raccontate in una canzone.